Ersilia

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Ci sono soglie da varcare; confini da lasciarsi alle spalle e panorami da imparare a guardare da nuove prospettive. “Ricorda, Emanuela, cosa scrisse Benjamin sulle abitudini”, mi disse un uomo, brindando insieme in un chiostro. E così, si distruggono le abitudini per ricostruirne di nuove, convivendo con la nostalgia, abbandonando, ogni volta, una diversa Ersilia.

«A Ersilia, per stabilire i rapporti che reggono la vita della città, gli abitanti tendono dei fili tra gli spigoli delle case, bianchi o neri o grigi o bianco-e-neri a seconda se segnano relazioni di parentela, scambio, autorità, rappresentanza. Quando i fili sono tanti che non ci si può più passare in mezzo, gli abitanti vanno via: le case vengono smontate; restano solo i fili e i sostegni dei fili.
Dalla costa d’un monte, accampati con le masserizie, i profughi di Ersilia guardano l’intrico di fili tesi e pali che s’innalza nella pianura. È quello ancora la città di Ersilia, e loro sono niente.
Riedificano Ersilia altrove. Tessono con i fili una figura simile che vorrebbero più complicata e insieme più regolare dell’altra. Poi l’abbandonano e trasportano ancora più lontano sé e le case.
Così viaggiando nel territorio di Ersilia incontri le rovine delle città abbandonate, senza le mura che non durano, senza le ossa dei morti che il vento fa rotolare: ragnatele di rapporti intricati che cercano una forma».
I. Calvino, Le città invisibili.

ebmela_Ersilia

21 x 29,7 cm, 2012, acrilico, china e pastelli su carta

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